Ci sono date che più di altre scandiscono una vita e quando tornano ricordano cosa poteva essere e cosa invece è. Che il presente sia meglio o peggio non importa, certi giorni nell’esistenza di una donna rappresentano una ferita che non guarisce mai, si può solo imparare a prendersene cura. Di aborto si discute tanto ma di quello che avviene dopo non si parla mai, resta avvolto in una sorta di tabù culturale teso a minimizzarlo o peggio ancora nasconderlo. Ma se quasi nessuna scelta è priva di dolore, questa forse è tra quelle che presentano il conto più salato, perché decidere di lasciare andare un figlio non è cosa da nulla, ne un fatto da day-hospital o poco più. Difficile viverlo e forse ancor di più capirlo, anche per le famiglie di chi sceglie o subisce questo evento. Ad aiutare le donne affiancandole in un percorso di accettazione e rinascita interiore ci prova lo studio di psicologia e psicoterapia torinese Il Mandorlo, «specializzato nella cura della sofferenza legata a maternità non andate a compimento, ovvero aborto spontaneo, volontario, morte in culla e molto altro», come ci racconta una delle fondatrici, la psicologa e psicoterapeuta Alessia Nota.
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LETTERA DONNA – 21 Novembre 2018